PyeongChang-6

La gentilezza dei Coreani è davvero esemplare. Dai volontari che ci accolgono sulle piste arrivano solo sorrisi e saluti e a volte, considerando che sono tantissimi, schierati lungo i percorsi tra i parcheggi, le seggiovie, i bus navetta, i centri stampa, le mixed zone, arrivare a destinazione comporta almeno una dozzina di annyeong haseyò (buongiorno, letteralmente “che lei possa avere pace”), altrettanti gamsa bnidà (grazie) e un numero indefinibile di inchini. Niente di spiacevole, si intende, anzi. Il protocollo di sicurezza risente positivamente di questo clima. Niente polizia, che pure gira con discrezione negli impianti, i controlli al metal detector sono affidati a un team all’apparenza molto giovane, che ricorda con gentilezza di separare telefoni e tablet dal resto del bagaglio che ognuno di noi porta con sè, saluta e ringrazia. La minaccia terroristica, qui, sembra davvero lontanissima. Eppure sono convinto che in caso di necessità tutto funzionerebbe alla perfezione.

Team giovane, dicevo. Ma chissà se è davvero così. I Coreani che incontro qui sembrano tutti giovanissimi. Sarà così o hanno trovato la formula giusta? Le ragazze sono simpatiche e sorridenti, e aggraziate anche quando non sono bellissime. Musicalmente sono ancora alle boy band, ma alla radio (che trasmette quasi esclusivamente musica coreana) ho sentito del soul locale apprezzabile.

Ieri con la scusa di acquistare una valigia ho raggiunto Gangneung, sulla costa, dove si svolgono le gare di pattinaggio. Tutto un altro clima, per chi usciva da una settimana tra -2 e -23. Due passi sulla lunga e bella spiaggia con vista sull’Oceano Pacifico mi hanno fatto bene.

Nota di demerito per le TV coreane. Trasmettono solo le prove nelle quali sono impegnate atlete locali. Di fatto, ore e ore di short track, dove la Corea è una potenza (finché le sue atlete non incontrano Arianna Fontana…).

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