Tokyo, giorno 18
Tokyo, giorno 18

Tokyo, giorno 18

E finalmente venne il momento della prima uscita serale extra lavorativa. È stata Giulia, da vera ragazza dei suoi tempi, a prendere l’iniziativa e invitarmi a cena. Avrei voluto portarla in un ristorante locale, ma le sue preoccupazioni a proposito della permanenza prolungata in un locale chiuso e affollato senza mascherina ci hanno dirottati sul ristorante del suo hotel, unici ospiti. Cameriera completamente dedita a noi, sempre gentilissima, ma non parlante inglese. Il menu comunque lasciava poco spazio ai voli: pasta (che Giulia aveva preso nei giorni scorsi garantendo sulla sua qualità) o tagliata di carne. Ho scelto la seconda, accompagnata come sempre dai loro contorni: piccola porzione di brodo caldo, qualche verdura tagliata, ovviamente riso. Conto onestissimo. La reception dell’hotel e il ristorante stesso sorgono all’ottavo piano, ce ne sono almeno altri trenta prima di arrivare in cima. La sala si affaccia su un cortile esterno nel quale sorge un enorme Godzilla, che di tanto in tanto si illumina e in mezzo a musiche ed effetti vari comincia a sputare fumo. Era l’hotel che avrebbe dovuto ospitarmi, inizialmente, prima che venissi dirottato in un’altra struttura. Non ho ancora capito bene se mi sono perso qualcosa.

Dopo la cena abbiamo deciso di lanciarci nella notte di Tokyo. Vabbè, anche meno. Diciamo che in un’oretta di passeggiata abbiamo coperto un tratto di strada pari forse a un centesimo della superficie di questa metropoli. Però ne è valsa la pena. Shinjuku è uno dei luoghi della movida giapponese, affollatissimo nonostante quasi tutti i negozi e anche la maggior parte dei ristoranti fossero ormai chiusi. La quantità di gente che circola è enorme a ogni ora, ma si passeggia bene. Il problema sono i passanti, tutti rigorosamente con la testa bassa e gli occhi sullo schermo del cellulare, per evitare lo scontro devi stare più attento di loro. Scontro che in realtà i Giapponesi aborrono. Quando un ragazzo si è mosso distrattamente senza accorgersi che stavo arrivando alle sue spalle ha fatto un’acrobazia alla Matrix pur di evitare il contatto fisico.

Prima tappa un negozio incredibile, impensabile per noi. Centinaia di metri quadri dedicati a quell’attrazione da luna park dove puoi provare a vincere un pupazzetto prendendolo con una grossa pinza. Decine di macchinette, molto grandi, contenenti premi diversi. Luce a giorno, diversi tipi di musica da un punto all’altro, con un effetto cacofonico inascoltabile. Poi ci siamo diretti verso la zona della stazione di Shinjuku, la più frequentata del mondo con 200 milioni di transiti l’anno. Ci siamo infilati giù per le scale della metro, in cima alle quali sorgeva un piccolo acquario, ma l’incertezza sulle linee e sulla loro destinazione ci ha fatto riemergere. Ci riproveremo, per raggiungere qualche luogo che merita di essere visitato, tra i tantissimi che Tokyo propone. Appena fuori dalla stazione sorge una piazza, non enorme ma circondata da grattacieli altissimi, completamente foderati di luminosissime insegne pubblicitarie di ogni genere. Abbiamo individuato lo schermo che durante il giorno proietta l’immagine in 3D di un bellissimo gattone (una gattona, in realtà), che è diventato una curiosità anche in occidente, in questi giorni. Purtroppo era spento, quindi anche in questo caso ci dovremo riprovare.

La parte più divertente è arrivata quando Giulia ha deciso (solo perché ero con lei, ma questo lei non lo ammetterebbe mai) di inoltrarsi nelle strade che circondano il suo hotel e che delimitano un’area a luci rosse, pare controllata dalla mafia locale, ricchissima di locali di ogni genere. Ogni. Per reclutare clienti impiegano ragazzi e ragazze, queste ultime vestite nelle maniere più disparate, qualcuna da coniglietta. Solo due ragazze, molto carine, mi hanno dato l’impressione di essere delle prostitute in attesa. Ci siamo fermati davanti a uno di questi locali per saperne di più. L’ingresso costava 1000 yen, circa 8 euro, consumazione compresa, 800 per le donne, prezzo che saliva per gli ingressi dopo la mezzanotte ma restando sempre molto economico. Dentro si potevano scegliere tre sale con musica diversa, dal revival al J-Pop. Abbiamo proseguito il nostro giro e non ho potuto fare a meno di notare la discrezione degli autoctoni. Giulia non passa esattamente inosservata a Tokyo, perché è alta mediamente il 30% in più delle ragazze del posto, e ieri sera indossava un pantalone corto per difendersi dal caldo. Quasi nessuno l’ha guardata incrociandola, o si è voltato dopo averla superata. Un po’ meno discreti, ma comunque mai invadenti, i ragazzoni di colore, probabilmente americani, numerosissimi, che a ogni angolo ci sussurravano se eravamo interessati a “locali per coppie”. Loro resteranno un mistero per me. Ho pensato anche che avessero una doppia funzione, buttadentro e addetti alla sicurezza. Uno di loro stazionava davanti a un innocuo e non equivoco negozio di abbigliamento, stranamente aperto, e quando ha visto che ci eravamo fermati davanti alla vetrina ci ha rivolto la parola sorridendo, invitandoci a entrare. All’interno abiti ridottissimi, con decorazioni che ricordavano i costumi da gara delle ginnaste, e vestiti da sera particolari per i nostri gusti ma indubbiamente eleganti. Quella esperta di noi due ha apprezzato. All’uscita il ragazzo ci ha chiesto un’impressione, ha voluto sapere di dove eravamo e alla parola “Italy” ha risposto ridendo forte ed esclamando “Tuttapposto!”. Simpaticissimo. Devo sottolineare che in nessun momento, pur trovandoci in un ambiente decisamente particolare, ci siamo sentiti insicuri. Intorno, i negozi dei principali marchi mondiali del lusso. I ragazzi vestono in maniera semplice e non sembra esserci uno stile prevalente. Adorano colorarsi i capelli, soprattutto le ragazze; si radunano in gruppetti, seduti per la strada, a chiacchierare e fumare. Quasi tutti indossano la mascherina.

Quando ancora eravamo al ristorante avevo proposto a Giulia di provare il sakè, liquore del quale la mia candida compagna di viaggio non conosceva l’esistenza. Con il ristorante colpevolmente sprovvisto, ho cercato un locale fuori. Ci siamo fermati davanti a una specie di chiringuito, seduti fuori appoggiati al bancone c’erano due ragazzi, uno dall’accento britannico che ha subito attaccato discorso con noi, e uno giapponese che non nascondeva la sua omosessualità. Alla fine abbiamo deciso di non bere, anche per rispetto della normativa aziendale che ci vuole a tasso alcolico zero in trasferta, pur essendo noi, in quel momento, in “libera uscita”, e abbiamo proseguito il giro. Dopo un po’ siamo ripassati davanti al bar e i due avventori di prima non c’erano più. In compenso, subito dopo ho incrociato una persona, ma non una persona qualunque. Quante possibilità ci sono, secondo voi, di incontrare qualcuno a Tokyo per tre volte in pochi giorni? E non c’è possibilità di errore. Avevo notato quest’uomo, occidentale, vestito con vistosi abiti da donna e una parrucca bionda già altre due volte arrivando in taxi a prendere Giulia per andare sui luoghi dei Giochi, l’ho incrociato di nuovo ieri sera. Si muove con grande disinvoltura nel paesaggio locale, dev’essere uno dei personaggi più noti della movida di Shinjuku. Se lo incontro per la quarta volta lo fermo e mi faccio raccontare la sua vita. Ho idea che sarebbe molto, molto interessante.

2 commenti

  1. Marco Fantasia

    L’ho assaggiato. E non tiepido come lo servono qui, ma freddo. Non mi ha impressionato, ma ne esistono talmente tante qualità che sicuramente ne troverei di migliori.

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