Un argento che vale
Un argento che vale

Un argento che vale

Il percorso di una grande squadra non è fatto solo di successi assoluti, di medaglie d’oro. E non è neanche valutabile pienamente mentre si svolge ma solo alla fine, quando il ciclo si conclude. Prendiamo l’Unione Sovietica femminile, la nazione più medagliata della storia del volley, e prendiamo un periodo di tempo molto esteso, più di quanto oggi ci serva per valutare la Nazionale italiana femminile ma comunque limitato rispetto alla gloriosa storia pallavolistica del Paese. Tra il 1949 e il 1979 quella squadra (quelle squadre) vinse due Olimpiadi, quattro Mondiali, dieci Europei. Nello stesso arco di tempo però arrivarono anche cinque argenti e un bronzo; in una occasione, nel 1967, venne perfino mancata la qualificazione al Mondiale. Ma guardando al complessivo di questa storia è indubbio che l’URSS debba essere considerata la squadra più forte di sempre.

Veniamo a noi. Dopo l’oro olimpico e quello mondale puntavamo a ripeterci agli Europei. Ci siamo presentati con la squadra più completa e con la grande novità di Antropova in posto 4, con i suoi vantaggi (scelte più numerose ed efficaci in attacco, muro ancora meno penetrabile, turni al servizio di Kate più frequenti) e i suoi svantaggi (necessità di “coprirla” in ricezione, superlavoro per seconda schiacciatrice e libero, percentuali più basse nel fondamentale, disabitudine al ruolo). Il bilancio dei pro e dei contro è stato comunque positivo, vedremo se l’anno prossimo Antropova accetterà ancora di mettersi al servizio della squadra sacrificando le sue caratteristiche di opposta; speriamo che il campionato faccia emergere un’altra banda sufficientemente efficace da consentire a Kate di tornare nel suo ruolo e restituire la massima consistenza al doppio cambio che tanto ha contribuito ai successi degli ultimi due anni. Sarà il campo, poi, a stabilire la titolarità tra lei e Paola Egonu, che dallo spostamento di ruolo della compagna ha tratto vantaggio in termini di maggior presenza in campo e di una titolarità indiscussa in zona 2.

Il cammino non è stato facile, la formula itinerante non ha certamente aiutato, fisicamente e mentalmente. Ma nonostante un paio di prestazioni faticose contro Francia nel girone e Svezia ai quarti di finale siamo arrivate alla finale di Istanbul contro la Turchia, che non si era mai mossa da casa sua, nella condizione giusta per fare il colpo. Le turche di Santarelli, dal canto loro, arrivavano all’ultimo atto dopo aver attraversato qualche momento difficile, culminato in una sconfitta contro la Polonia che, nell’indubbio loro dispiacere per la battuta d’arresto, ha avuto il merito ai loro occhi di aver tolto l’Italia dal loro cammino fino alla finale. Finale cominciata in maniera strepitosa, dopo un set e mezzo sembrava che non ci saremmo limitate a vincere a casa loro, ma che avremmo impartito una lezione di pallavolo impressionante. Poi c’è stato il primo calo, uno di quelli dai quali le nostre ragazze ci avevano più volte dimostrato di saper uscire. In quel momento avrei evitato il doppio cambio sulla diagonale Orro-Egonu; la squadra stava girando bene nonostante il momento di difficoltà, e toccarla è risultato alla fine deleterio. Come si dice in meccanica: se funziona, non toccarlo.

Dopo il terzo set sembravamo aver rimesso il timone sulla rotta giusta, e invece tra quarto e quinto abbiamo ceduto. Anche qui, da umile osservatore, mi è sembrato strano non aver fatto ricorso alla panchina, e a Stella Nervini in particolare, per dare respiro a un’Antropova (e non solo lei, si intende) andata improvvisamente in difficoltà davanti a muro e difesa turchi.

Brucia? Un po’. Ma le recriminazioni finiscono qui. Tornando al discorso iniziale, questo è un argento bellissimo che entra a far parte di un palmares destinato ad arricchirsi ancora. Non di sole vittorie, non di soli ori, è costellato il percorso di una squadra. Queste ragazze hanno già fatto più di quello che avremmo potuto immaginare pochi anni fa e non hanno ancora finito. E alle loro spalle un movimento ricchissimo sta già coltivando le atlete che gradualmente prenderanno il posto di quelle in campo oggi e che nel frattempo fanno incetta di titoli giovanili. Mettiamo via con orgoglio questo argento, tra qualche anno tutti guarderanno ai successi complessivi di questo gruppo con ammirazione.

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