Europei femminili 2021, Zara/Belgrado (2)
Europei femminili 2021, Zara/Belgrado (2)

Europei femminili 2021, Zara/Belgrado (2)

Il trasferimento a Belgrado è avvenuto in auto, circa sette ore di viaggio con Giulia alla costante ricerca di un’emittente radio ascoltabile, o anche solo ricevibile dall’autoradio. Hotel più grande rispetto a Zara, ma meno “familiare”. Un po’ di inglese in più, ma scarsa elasticità fin dal momento della divisione dei conti dei pasti e totale incomprensione al momento del conto (dovete pagare voi; anzi no, ha pagato l’azienda; sì è vero; cioè no, dovete pagare voi ma invece no… avanti così per tre giorni). Per i primi giorni siamo stati molto discreti, ripensavamo ai bombardamenti NATO e ci chiedevamo con quale occhio ci vedessero i locali. Siamo stati rassicurati: “Eravate obbligati dagli Americani”, ci dicono. Per due volte il calendario delle partite ci ha permesso di spingerci al centro della capitale serba, con emozioni contrastanti. La prima volta l’impressione offerta dalla zona che abbiamo perlustrato è stata quella che ci si aspetta da una vecchia capitale del blocco sovietico degli anni 80. Palazzi grigi, senza alcuna cura architettonica, molti diroccati ma alla base dei quali sorgevano piccoli negozi e ristoranti. Ogni tre esercizi commerciali “normali” una sala di scommesse o una sala bingo. Indescrivibile il contrasto con il tempio di San Sava, che abbiamo raggiunto a piedi. Costruzione molto recente, anche se la leggenda del santo riporta indietro di molti secoli la storia del sito. Dentro, una magnificenza di ori e dipinti. Ho affrontato la visita da totale ignorante, solo dopo ho letto qualcosa al proposito. Ho allora interrotto la conversazione di due religiosi per una banalissima informazione a proposito del tempio. Non dimenticherò mai l’espressione compunta che ha accompagnato il solenne Sì alla domanda se si trattasse del più importante tempio di Belgrado.

Il traffico in centro può toccare punte indescrivibili perfino per un abitante di una qualsiasi città italiana. Un giorno ci siamo concessi un pranzo fuori raggiungendo una zona che mi ha restituito una visione ben diversa della capitale serba. Quartiere bohémien, ampia zona pedonale, bei palazzi, grande frequentazione. Dopo il pranzo, sotto un pergolato e serviti da una ragazza di rara bellezza, abbiamo raggiunto la fortezza, dalla quale si gode di uno splendido panorama sulla confluenza della Sava e del Danubio. Al momento del rientro, però, l’incubo, sotto forma di un groviglio inestricabile di lamiere. Naturalmente, non appena ci finiamo dentro, arriva una richiesta dalla redazione per un pezzo per la rubrica sportiva pomeridiana. Ansia. A un certo punto il nostro montatore, che era alla guida, vede davanti a sé un cantiere, strada chiusa. Decide che quella è la nostra unica salvezza. Parte in slalom tra buche e operai e passa dall’altra parte. Via libera, arriveremo in tempo e anche il pezzo potrà andare in onda.

Anche Belgrado, come Zara, vive con un certo distacco gli obblighi derivanti dalla pandemia. Il perché è drammaticamente semplice, secondo la spiegazione di un passante con il quale ci siamo trovati casualmente a parlare: il costo dei tamponi incide in buona percentuale sul reddito medio locale, non molto elevato. Quindi non si fanno. Niente tamponi=niente casi. Così i numeri degli infettati, almeno quelli che non finiscono in ospedale, restano relativamente bassi. Secondo le normative della CEV, la confederazione europea del volley, noi siamo comunque tenuti a effettuare controlli ogni 48 ore per poter accedere al palasport. Restiamo ligi alla consegna anche quando ci rendiamo conto che, fatto salvo il primo giorno, il documento con la negatività accertata non ci viene chiesto all’ingresso. Il secondo giorno si sono limitati al controllo della temperatura, poi neanche quello. Dentro l’Arena, capace di contenere 25mila persone, assembramento inevitabile, pochissime mascherine. Frastuono quasi insostenibile durante le partite della nazionale serba, noi costretti a urlare dentro le mascherine per far arrivare la nostra voce a casa.

Sull’impresa delle ragazze, capaci di ribaltare il pronostico e vincere la finale degli Europei in casa delle avversarie serbe, ho già detto in molti altri contesti. Un successo bellissimo, il primo che colleziono quasi al primo colpo, al primo grande evento post Olimpico che ho potuto finalmente seguire dall’inizio alla fine, in presenza. Ove mai ci fosse stato bisogno di un pizzico di fortuna rispetto ai tentativi precedenti, sarebbe stato bello averne portata un po’. Il ritorno si svolge ancora una volta sotto forma di viaggio in auto da Belgrado a Trieste, che mi accoglie con una bellissima giornata di sole, tiepida il giusto, e con un aperitivo fresco da godersi tra Piazza Unità e il mare. Non ricordo se ho poi raccontato a Giulia cosa disse Pertini durante la finale dei mondiali di calcio ’82 dopo il nostro terzo gol. Vi ho accennato in diretta nel quarto set, mentre le ragazze annichilivano la Serbia e stavano per portarsi a casa il titolo: disse “non ci prendono più”, Giulia. Non ci hanno prese più.

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